Intitolata a…

La nostra Scuola è intitolata a

Don Enrico Smaldone

 

 

Un Sacerdote e un uomo che dedicò la sua vita ai ragazzi bisognosi, orfani e abbandonati che con il suo spirito riuscì a coinvolgere tantissime persone; nonostante la sua breve vita riuscì a realizzare il suo sogno: “La Città dei ragazzi”.

Don Enrico Smaldone nacque il 22 novembre del 1914 ad Angri, zona Ardinghi, in una famiglia numerosissima, era il quinto di 10 figli (quattro femmine e sei maschi) di Marino Smaldone e Rosalia Scarpato.

Suo padre era falegname. Don Enrico amava molto lo studio, ma anche giocare. Il suo gioco preferito era lo “strummolo”. Studiava cose incomprensibili, belle, affascinanti, quelle cose che solo la scuola può rendere tali.

Si avviò giovanissimo verso la strada del Sacerdozio, con il sostegno dello zio.

Fu Ordinato Sacerdote il 13 Luglio 1941, dal Vescovo di Nocera, Mons. Teodorico De Angelis. Il Suo Ministero Sacerdotale cominciò con un clima tutt’altro che festoso, poiché la prima Messa Solenne che celebrò fu la Messa funebre per la morte della sorella Elisabetta.

Fu invitato dai giovani di Azione Cattolica della Diocesi di Nocera a tenere un ritiro per loro, dal 14 al 17 Agosto 1941, qui i giovani di A.C., saputo che la prima Messa di Don Enrico fu per la morte della sorella Elisabetta, prepararono per lui una Messa Solenne presieduta dal neo Sacerdote, e a seguire un pranzo festoso con la distribuzione di confetti. Don Enrico fu molto contento di questo affetto, fino a commuoversi.

L’attenzione ai minori che lo aveva sempre caratterizzato, lo portò a dar vita il 28 Aprile 1945 ad un Gruppo Scout che guidò con passione e abilità, tanto da divenirne subito un punto di riferimento per tantissimi ragazzi angresi. Con loro costruì ad Angri un piccolo villaggio Scout, con cinque casette in muratura.

I primi anni del suo Ministero Sacerdotale furono segnati dai drammi della Seconda guerra mondiale dove fame, povertà e disagio erano il comune denominatore per tutta l’Italia. In questa difficile realtà che non risparmiò senz’altro la Valle Nocerina, lo sguardo di Don Enrico ad Angri si posò ancora sui ragazzi, «ai figli della strada venuti fuori dai rottami di una guerra distruttrice», come diceva Don Enrico, ai quali voleva ridare la speranza del futuro e la comprensione del valore della vita. Rifletteva come senza una formazione umana, professionale e religiosa quei ragazzi sarebbero vissuti da sbandati e senza un buon futuro.

Il 6 Gennaio 1949, dopo la visione del film Gli uomini della città dei ragazzi, nella Sala Roma di Nocera Inferiore, in cui si racconta l’esperienza di padre Edward J. Flanagan che fondò nel 1917 un orfanotrofio per ragazzi in una casa a Omaha, nello Stato americano del Nebraska, decise che anche lui avrebbe fatto lo stesso. Mentre meditava su questo progetto una mattina “picchia alla porta un bimbo di otto o nove anni. Lacero, sporco, coi capelli arruffati, portava in viso i segni della sofferenza. Gli offrii l’altra metà del caffè che stavo sorbendo e lo invitai a parlare”, racconta don Enrico. Fu il segno decisivo. Si pose subito all’opera e con grande operosità coinvolse varie persone. Gli fu donato un terreno dal Dott. Giuseppe Adinolfi , e, con il contributo del progettista Ing. Paolo Ales e del costruttore Giuseppe Lamaro, il 10 Luglio 1949, fu posta la prima pietra per la costruzione della Città dei Ragazzi.

L’opera fu Benedetta da Papa Pio XII attraverso un telegramma inviatogli il 6 Luglio 1949. Autorità locali e nazionali accolsero favorevolmente l’opera di Don Enrico.

Le difficoltà non mancarono, in particolare economiche. Qualche benefattore venne meno lungo la realizzazione dell’opera, come anche qualche finanziamento pubblico su cui contava. Pur se in tempi di grande difficoltà economica, chi sostenne l’opera fu la generosità delle persone. La famiglia Adinolfi che donò il terreno, restò molto vicino a Don Enrico.

Prima di entrare in seminario per diventare sacerdote, il giovane Enrico aiutò suo padre nel lavoro, imparando a fare un po’ di tutto e, durante la costruzione della Città dei Ragazzi, si diede da fare in tutto. Svolse tantissimi lavori come: elettricista, muratore, falegname… Addirittura comprò una macchina per farsi in proprio i blocchi di lapillo che dovevano far sorgere la struttura della nuova città dedicata ai ragazzi.

Tra tante difficoltà portò a compimento il suo intento: dare speranza ai suoi tanti ragazzi. Don Enrico, un uomo che, armato della sola fede, riuscì a compiere un vero miracolo, cioè quello di dare loro non solo un tetto e del cibo, ma anche, e soprattutto, la speranza di un futuro migliore grazie all’insegnamento della dottrina cristiana e all’apprendimento di un mestiere.

 

Il primo ragazzo accolto nel 1951 fu Pasquale Cirillo, orfano di entrambi i genitori. Con lui poi tantissimi ragazzi riempirono la Città dei Ragazzi. A loro Don Enrico trasmetteva il valore del lavoro che non doveva mai diventare strumento di sfruttamento. Nella Città dei Ragazzi imparavano la falegnameria, la meccanica, l’artigianato tessile, e per chi era portato per lo studio era indirizzato e sostenuto nella vita scolastica.

Il lavoro era organizzato in modo serio e metodico, tanto da acquistare la fiducia di prestigiose committenze come le Ferrovie dello Stato, l’Italtrafo di Napoli, le Manifatture Cotoniere Meridionali di Napoli e di Angri, ed altri.

Organizzò tra gli edifici della sua opera una struttura “cittadina” capace di responsabilizzare i suoi ragazzi: vi era un consiglio comunale, una giunta comunale, un sindaco e un questore, i quali coordinavano l’attività della Città dei Ragazzi.

I ragazzi trascorrevano la giornata tra lavoro, studio, preghiera e attività ricreative. La Città dei Ragazzi aveva anche una banda musicale, al fine di educare i ragazzi, attraverso la musica, al senso del bello e dell’armonia. La banda veniva ingaggiata in diverse feste patronali. Durante il suo impegno nella Città dei Ragazzi, Don Enrico fu pure Cappellano dei lavoratori, Rettore della Congrega di S. Caterina in Angri, Assistente degli universitari di Angri e Vicario Generale della Diocesi di Nocera. In ogni ambito seppe essere un testimone di amore a Cristo a alla sua la Chiesa, sapendo comunicare in modo semplice ma intenso, il radicamento della sua vita nella Parola di Dio.

La sua gioia più grande era sempre quella di seminare nel cuore dei ragazzi la bellezza del volto di Dio. Il progetto strutturale della Città dei Ragazzi con otto edifici, non riuscì mai a completarlo.

Il 29 gennaio 1967 in una stanza al secondo piano dell’edificio che lui stesso aveva costruito insieme agli operai e ai suoi ragazzi, moriva improvvisamente raggiunto da una leucemia fulminante, don Enrico Smaldone, sacerdote della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno e fondatore della Città dei ragazzi, un luogo dove accogliere ragazzi orfani e bisognosi di tutto, un “monumento di amore e segnacolo di civiltà per il nostro paese” come lui stesso la definì nel manifesto che annunziava alla città di Angri la nascita di questa realtà.

La folla accorsa per il suo funerale già lo considerava un santo. E certamente eroica e audace è stata la vita di questo semplice e umile uomo di Dio che ha speso tutte le sue energie per realizzare il sogno della Città dei ragazzi, un luogo che ha offerto a centinaia di ragazzi di poter essere accolti, amati, nutriti, istruiti e dove hanno imparato il mestiere per la loro vita.

Don Enrico Smaldone è una figura di prete che la città di Angri non dimenticherà mai: per ciò che è stato, per quello che ha fatto, per quello che poteva ancora fare, se la morte non lo avesse raggiunto prematuramente.